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Cenni sul folklore

La parola folklore deriva da due termini che designano “le credenze” (lore) del popolo (folk), cioè di quei gruppi sociali che, esclusi dal potere e dalla cultura cosiddetta “alta” imperniata sulla trasmissione scritta, occupano nella gerarchia della società i più bassi “gradini”. Il termine è stato usato per la prima volta dall’archeologo inglese William Thoms nei suoi studi chiamati popular antiquities ("antichità popolari") in Inghilterra o, diffusamente in Europa, antiquitates vulgares, che a partire dal XVIII secolo si erano sviluppati intorno alla cultura degli strati sociali più bassi.

Per molti secoli la scrittura e la lettura restarono un privilegio dei pochi che ebbero la possibilità di farsi una cultura, la stragrande maggioranza delle persone continuava a trasmettere esperienze e conoscenze attraverso la tradizione verbale. L’unica occasione per diffonder storia, saggezza, educazione e insegnamenti presso i coetanei, figli e nipoti, rimaneva quindi il racconto. Esso poteva diversificarsi in favole dove veniva affidata al comportamento degli animali una morale che è lezione di vita per gli uomini, in fiabe aventi come protagonisti gli essere umani, in storie nelle quali la narrazione si attiene a fatti realmente accaduti nel passato ed infine in leggende.

Le leggende partono da circostanze e opere concrete, attribuendo i motivi della loro esistenza a realtà storiche che quasi sempre si fondono con una fantasia popolare e infaticabilmente alla ricerca di un segno mandato dalla buona sorte, di un maleficio, di un giudizio sul contegno tenuto dal singolo o dalla comunità

Gli studiosi di tale credenze e perciò dei prodotti “spirituali” derivati dalla tradizione orale, nel romanticismo e in larga parte del positivismo, si concentrano sui materiali formalizzati di tipo letterario espressi dalle classi popolari, come canti, fiabe, proverbi, oppure sui riti e sui comportamenti legati alla religiosità. Il folclore non è, come si potrebbe credere, limitato alle comunità rurali: la tradizione popolare si è infatti diffusa e sviluppata, con funzioni e modalità diverse, anche nei centri urbani. Grazie alla ricerca degli storici delle tradizioni popolari, antropologi, etnologi, sociologi, psicologi, linguisti ecc. oggi la letteratura e le tradizioni popolari non sono più considerate elementi pittoreschi o romantici di una società, oppure una forma "inferiore" di cultura: il folclore è invece visto come parte dell'evoluzione della cultura e importante fonte d'informazioni sulla storia del genere umano. La materia folcloristica può essere classificata in cinque grandi categorie: idee e credenze, tradizioni, narrazioni, detti popolari e arte popolare. Le credenze rispecchiano l'intento umano di dare una risposta a fenomeni che suscitano l'inquietudine e le speranze dell'umanità: dalle malattie e ai modi di curarle, alle speculazioni sulla vita ultraterrena; questa categoria comprende inoltre superstizioni, magia, divinazione, stregoneria. Il secondo gruppo, quello delle tradizioni, riguarda feste, giochi, balli; per estensione vi si potrebbero includere anche la gastronomia e l'abbigliamento.

Nella terza categoria, le narrazioni, si trovano le ballate e i vari generi di racconti, il teatro, le musiche popolari, che possono essere in parte ispirati a personaggi o fatti realmente accaduti. I detti popolari comprendono indovinelli, formule magiche, proverbi, filastrocche (come ad esempio le nursery rhymes, molto diffuse nei paesi di lingua inglese). Infine l'arte popolare, la sola categoria non verbale, riguarda qualsiasi forma d'arte che esprima il carattere della vita della comunità. Gli studi scientifici sul folclore cominciarono circa tre secoli fa. Uno dei libri più antichi sull'argomento fu il Traité des superstitions (1679, Trattato sulle superstizioni) dello scrittore satirico francese Jean-Baptiste Thiers.

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