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Il folklore -parte 3-

Anche la Società internazionale per la ricerca sulla narrativa popolare, fondata nel 1959, con sede centrale a Turku (Finlandia), ha dato impulso allo studio del folclore comparato. In Italia si deve a Pitré, che fu presidente della Società siciliana di storia patria, la fondazione del Museo etnografico di Palermo. A Roma ha invece sede il Museo nazionale preistorico ed etnografico Luigi Pigorini. L’elaborazione del concetto di cultura, più complesso ed organico, verificatosi con l’opera dell’antropologo E.B. Tylor, determinò con il tempo un arricchimento anche dell’oggetto degli studi folkloristici. Nella sua opera “Primitive culture”, alle prime pagine, Tylor affermava infatti che “la cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società”. Si capisce, perciò, che sono espressioni culturali anche i modi di fabbricare un muro di recinzione o la tecnica per costruire una gerla, in quanto abilità che si apprendono mediante un insegnamento orale derivato dalla tradizione e grazie all’imitazione, così come lo sono i comportamenti legati a certe credenze magiche o, per fare un altro esempio, la concezione che del carnevale ha un certo gruppo. Il concetto di cultura viene elaborato da Tylor nel corso dei suoi studi applicati ai popoli “selvaggi”, delle società “primitive” e senza scrittura, mentre i popoli folkloristici si occupavano e si occupano, delle società complesse come la nostra. Ci sono però almeno due livelli a cui si può collocare la ricerca sulla cultura, tylorianamente intesa: il livello etnografico e quello etnologico. Tylor in Primitive Culture stabilisce l’esistenza di una cultura popolare, l’autore mette in luce le due caratteristiche predominanti nel movimento della cultura popolare: la sopravvivenza, aspetto passivo del processo e la ripresa di componenti ereditate, lato attivo o creativo degli strati della società. Visti nel contesto dell’ambiente economico e asociale i due aspetti insieme mostrano il meccanismo psichico operante nella tradizione; lo sviluppo prende generalmente forma di ascesa sebbene Tylor vede anche la possibilità opposta di degenerazione.

Come scrive Lévi-Strauss, l’etnografia consiste in “osservazione e descrizione, lavoro sul terreno” su un oggetto o un gruppo umano relativamente ristretto. L’etnologia, invece, pur senza escludere l’osservazione diretta, richiede un’estensione del campo di osservazione, o in senso geografico o in senso storico o in senso sistematico (cioè su un particolare aspetto della cultura), che consenta l’elaborazione di una interpretazione “sintetica”. Lévi-Strauss, nelle stesse pagine, ci parla poi di un terzo livello di indagine: quello dell’antropologia sociale o culturale come ulteriore e più alta tappa di sintesi, che “mira a una conoscenza globale dell’uomo […]; a conclusioni, positive o negative, ma valide per tutte le società umane, dalla grande città moderna fino alla più piccola melanesiana”. Tornando agli studi sul folklore possiamo concludere che essi possono compiersi almeno ai due primi livelli, corrispondenti a quelli dell’etnografia e dell’etnologia. In entrambi i casi, comunque, il ricercatore deve disporre di un metodo rigoroso, se intende conseguire risultati utili da un punto di vista scientifico e degni di qualche interesse (anche sociale). Nel chiarire il concetto di “antropologia sociale” Frazer afferma che è compito di questa disciplina studiare le credenze e i costumi dei selvaggi insieme alle reliquie che quelle credenze e quei costumi conservano nel folklore. Così scrive in “The Devil’s advocate”:

[…]Per esempio gli Dei dell’Egitto e di Babilonia, della Grecia e di Roma sono stati dimenticati da secoli (dalla gente colta) e sopravvivono solo nei libri degli studiosi, eppure i contadini che non hanno mai sentito parlare di Apollo e di Artemide, di Giove e di Giunone, credono fermamente fino ad oggi in streghe e fate, fantasmi e folletti, creature minori della fantasia mitologica. […]
(J.G. Frazer “Devil’s advocate”, 1927)
Frazer in The golden Bough presenta le successive manifestazioni di un culto o di una credenza tra i primitivi, poi tra gli antichi popoli mediterranei e infine nelle tradizioni popolari delle civiltà europee. Ne segue lo sviluppo e vede le drammatiche esperienze vissute dalla razza umana nel tentativo di conoscere io proprio destino. Secondo Frazer la prima molla di questo processo evolutivo, iniziato nella preistoria fu la magia con le sue due componenti – imitazione e contatto- spesso mescolato, mentre il loro lato negativo si esprimeva nei tabù.

Le credenze del popolo in creature sovrannaturali lo porta a celebrare dei riti in loro onore. Questi momenti hanno un’importanza fondamentale nella vita sociale dei gruppi umani, in quanto rispondono all’esigenza di esprimere e di ricreare manifestazioni culturali tradizionali che andrebbero, altrimenti, perse.

In The Interpretation of Survivals di Marett si sottolinea la profonda attrazione che hanno oggi le usanze sopravvissute: le credenze non sopravvivono per un processo puramente meccanico di trasmissione, ma perché sono adatte alla mentalità di trasmissione, e, quindi, necessarie al mondo contemporaneo,idea già presente allo stato embrionale in Tylor.

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