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Il rogo della Giubiana - Parte 1-

La peste, la guerra e la fame sono state per secoli l’immagine stessa della morte, immaginata in forma di scheletro armato di falce. La Brianza soffrì più volte nei secoli carestie non prolungate nel tempo ma che costringevano i contadini a scarsi raccolti e quindi alla fame.

Anche le epidemie colpivano duramente i brianzoli, come il colera di metà ‘800, o le gastroenteriti di inizio ‘900 che colpivano soprattutto i bambini così come la tubercolosi polmonare e la pellagra dovuta ad un’alimentazione basata quasi totalmente sul mais.

I mali che il contadino teme di più: la malattia degli uomini e del bestiame, la siccità e il temporale, vengono spesso attributi a una punizione divinità, e perciò si crede possano essere scongiurati con preghiere, suppliche, benedizioni oppure al diavolo e alla strega. La presenza del diavolo nei testi sacri è frequente e la predicazione non mancava un tempo di ricordare agli uomini il pericolo rappresentato dal signore delle tenebre, cosicché qualunque buon cattolico credeva nella possibilità che il diavolo intervenisse nelle vicende umane. Quanto alla strega, si tratta di una figura complessa, di cui si sono occupate a lungo la storia e la teologia.

Va subito detto che il contadino brianzolo non sembra temere molto le insidie di Satana: forse perché lo ritiene soprattutto un nemico della sua anima, sa che basta una fede salda, provata da una preghiera o dal segno della croce, per metterlo in fuga, e nei racconti popolari più che una figura terrificante il tentatore appare di solito come “un povero diavolo”, sconfitto dal contadino e soprattutto dalla donna, che, come noto, “ne sa più del diavolo”. Più terribile invece la strega benché nella nostra tradizione ci siano poche tracce dell’adoratrice di satana che per alcuni secoli gli inquisitori hanno condannato al rogo. Cominciamo con i nomi che la definiscono: la stria e la stroliga possono certo fare del male ai bambini o gettare il malocchio.

La stroliga è piuttosto la zingara, che legge l’avvenire (e questa è un’azione temibile, oltre che riprovevole, perché si teme il potere magico della parola), e rapisce i bambini, secondo u n pregiudizio di lunga durata, probabilmente perché fondato su qualche dato oggettivo. La stria può essere la vicina invidiosa, che può fare del male appunto con l’invidia, parola che ci riporta al malocchio, per l’etimologia non meno che per il significato: si tratta in entrambi i casi della capacità di guarda ere con occhi ostile e potenzialme3nte pericoloso. La storia ufficiale della stregoneria, quella dei processi e delle condanne decise dal tribunale dell’Inquisizione, probabilmente in Brianza fu meno drammatica che in altre parti d’Europa: i documenti forniti dall’Index Variarum Superstitionum o dal Testo “stregherei e malefici” di Perego confermano la diffusa credenza ai malefici nella nostra zona, ma i pochi roghi sono documentati: a monte Vecchia, dove venne bruciato come stregone nel 1423 Gualtiero Pellegrino, accusato di incontransi con il diavolo ogni giovedì e a Cantù.

Proprio per ricordare una strega bruciata una tradizione vuole che sia stata istituita la festa delle Gibiana. Ma davvero a causa di una strega si faceva festa in Brianza l’ultimo giovedì di gennaio?

In Brianza, prima del Concilio di Trento (1545-1563), si utilizzava l’oscenità a scopo propiziatorio, racconta l’Index che per allontanare dai capi temporali ed insetti nocivi, si urlavano parole licenziose contro le nuvole e si facevano passeggiare nei campi ragazze nude.

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