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Il rogo della Giubiana -Parte 3-

Nei paesi dell’alta Brianza è molto vico nella cultura popolare un personaggio intorno al quale convergono diverse leggende, usanze e credenze: la Gibiana (o Giubiana). Viene festeggiata l’ultimo giovedì del mese di gennaio. I bambini ed i ragazzi del paese cominciano alcuni giorno prima a raccogliere legna nel bosco e “malgas” (fusti secchi di mais, rimasti nei capi dopo la raccolta delle pannocchie) per formare un gran mucchio in piazza o su un’altura fuori dal centro abitato.

Preparano con stracci e bastoni un grande fantoccio di donna e, la sera dell’ultimo giovedì di gennaio, lo portano per le vie del paese in un corteo rumoroso battendo pentole, coperchi, grancasse rudimentali e quanti altri strumenti riesce loro di approntare. Infine lo bruciano in un grande falò, intorno al quale si grida, si scherza e si recitano filastrocche. Il gran rumore, elemento caratteristico di questa festa e le filastrocche hanno lo scopo di scacciare la Gibiana. Anni fa, e qualche volta i bambini lo fanno ancora adesso, nel pomeriggio dell’ultimo giovedì di gennaio, le “tolle” (latte) legate a una corda venivano trascinate per il paese e lungo i bordi dei campi, chiamando l’erba nuova a crescere. In alcuni paesi l’organizzazione particolarmente accurata: ad Albavilla il fantoccio delle Gibiana è alto quattro, cinque metri e viene trasportato su un carro, seguito da gruppi di ragazzi incappucciati che fanno grande chiasso, oltre che da moltissima gente, fino ad una collina fuori dal paese, dove viene acceso un gigantesco falò. A Cantù si accende nella piazza principale e il fantoccio è piccolo, dalle fattezze più delicate.

Ad Albavilla si racconta che una volta i brianzoli, serrati dentro le mura di un castello, sotto la minaccia di un nemico, furono traditi da una donna bionda ed essi, per punirla, la bruciarono viva. Da allora, tutti gli anni si brucia un fantoccio che ricorda quella donna. A Cantù, invece, la Gibiana rappresenta una bella ragazza che fu fatta ardere viva da un signorotto al quale ella si era rifiutata. Ma la tradizione popolare, dice anche il falò della Giubiana, significava bruciare l’inverno, cacciare il “gennaio” che se ne va con le sue temibili gelate e prepararsi alla primavera imminente.

I “malgasc” sono infatti residui del raccolto precedente, ripulire i campi da questi significa prepararla alla nuova semina e al nuovo ciclo vegetativo. Il falò della Gibiana libererà i campi dai moscerini estivi; chi non la festeggia sarà attaccato nell’estate da una nuvola di moscerini che non potrà scacciare. Una sagra di questo genere viene associata alle cerimonie di bruciare la “vecchia” o “arder la strega”, diffuse un po’ ovunque e collegate alla ritualità agraria sono cerimonie volte all’espulsione dei malanni e alla rigenerazione dei poteri. Le feste del fuoco sono generalmente propiziatorie di fertilità ed ottengono questo effetto indirettamente, liberando la terra dai malefici influssi dalla stregoneria.

Il bruciare nel fuoco un’effigie di strega esprime chiaramente l’intenzione primaria di distruggere o allontanare le streghe, che si considerano casa di quasi tutti i guai che possono accadere agli uomini e ai loro raccolti. La data in cui ricorre la festa delle Gibiana, l’ultimo giovedì di gennaio, è particolare. Non coincide con le date delle feste del fuoco europee, né con quelle del ciclo natalizio dell’Italia settentrionale che si conclude con l’Epifania o con Santo Antonio. Vero è che, dal punto di vista climatico, la fine di gennaio segna per questa zona l’allentarsi del freddo più intenso; con febbraio la vegetazione comincia a riprendere. Nei paesi della Brianza meridionale, la Gibiana è conosciuta e si festeggia invece Sant’Antonio il 17 gennaio con il falò. Nei paesi dell’Alto lago di Como e in Valtellina si scaccia “Ginée” (gennaio) negli ultimi del mese con scherzi e proverbi, ma non risulta nessun fantoccio bruciato.

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