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La ricostruzione a Cantù

A Cantù, il rito della Giubiana si svolge, come moltissimi altri, su due piani: uno storico-scientifico ed uno emotivo-leggendario o meglio, popolare. Si tratta ora di isolare bene il primo e di relegare il secondo nell’ambito delle fantasticherie. Infatti il racconto della castellana che, come dice il Professor Motta, nella sua opera “novella taroe” tradì il suo popolo consegnandolo ad un crudele tiranno, è una pia leggenda che non ha nessun fondamento storico e soddisfa soltanto il gusto popolare amante del curioso, dell’iperbolico, dell’inventato.

Probabilmente questa è la “scorza” o meglio “l’incrostazione” che si è depositata sul nucleo storico del rito canturino, in tempi in cui era di prammatica l’antitesi “popolo-tiranno”, l’uno portatore di liberà, l’altro immagine vivente del dispotismo politico. E per la volgarizzazione di queste antitesi è facile risalire al 1700 e al 1800, secoli appunto antitirannici, antidispotici, in cui il Terzo stato, o borghesia, insorge contro le monarchie assolute, scatena la Rivoluzione Francese, distrugge le varie “Bastiglie” e sancisce nelle carte costituzionali il principio della sovranità popolare.

Non è inverosimile che la veste leggendaria del rito sia nata proprio in questo clima di furori e ardori repubblicani. Passiamo ora al piano storico-scientifico, ossia a quello che getta maggiore luce di credibilità sulla cerimonia tradizionale canturina.
L’ “excursus” etnografico si svolge in tre momenti, abbastanza chiaramente distinguibili nel processo storico. E’ confermato da più fonti che la Lombardia, dalla Galla chiamata Gallia Cisalpina o Insubria, fu popolata da tribù galliche, di cultura e di tradizioni celtiche, fino alla romanizzazione del territorio avvenuta con molta efficacia sotto Giulia Cesare (I secolo a.C.). Giulio Cesare, così non solo, ci informa delle sue campagne militari, ma anche sui riti e sulle tradizioni dei popoli vinti; e questo in particolare nel Libro VI della sua opera, il “De bello Gallico”. Al paragrafo sedici fa esplicita menzione di sacrifici umani compiuti dai sacerdoti druidici sia per propiziarsi gli dei in tempi di guerra, sia per ottenere i loro favori nelle stagioni della semina e dei raccolti. I riti consistevano in fantocci o manichini di vimini intrecciati a figura umana, le cui membra riempite di uomini erano date alle fiamme: i malcapitati bruciavano così, vivi, nello spaventoso rogo dai contorni anche grotteschi.

L’atroce costume fu messo al bando dall’imperatore Claudio nel I secolo d.C., secondo quanto dice lo storico Svetonio nell’opera “Vitae Caesarum”: il rito persistette nelle zone più remote e più impervie ossia più lontane dal processo di romanizzazione, quale poteva essere allora la Brianza, il con nome i glottologi lo riallacciano alla radice celtica “Brick” che significa zona selvosa e impraticabile. Qui i rituali druidici tardarono a scomparire, anche per le tendenze conservatrici delle popolazioni rurali.

Si dovetette attendere i predicatori cristiani per vedere la prima metamorfosi di questo costume naturalistico e pagano; infatti la Chiesa non mirò a distruggere “Abimis fundamentis”, le tradizioni religiose dei popoli convertiti, ma si preoccupò di svuotarle di quei contenuti immorali, disumano che oppugnavano alla nuova fede, lasciando intatti quei “segni” che potevano conciliarsi e fondersi con la nuova liturgia e con i costumi rinnovati della morale cristiana. Anzi, i sacerdoti che diffondevano il nuovo verbo nel IV secolo d.c. nel nostro territorio, rimasto a lungo attaccato ai culti pagani, fecero qualcosa di più. Con profondo intuito pedagogico mutarono i fantocci druidici in fantocci delle precedenti divinità pagane ora ridicolizzate, ora demonizzato e di esse fecero qui tipici falò che ad oggi illuminano le ombre della terra brianzola negli ultimi giorni di gennaio. Non è questa una pura e semplice illazione se pensiamo che il termine “Giubiana” è riconducibile alla voce latina “Joviana”, che a sua volta è alterazione della voce “Juna” o Giunone, la moglie di Giove. Giunone e Giove costituivano la regale coppia divina, particolarmente venerata dagli antichi romani; indubbio pertanto è che il loro culto sia stato radicatissimo nelle popolazioni indigene della nostra zona e che i sacerdoti cristiani abbiano dovuto lottare per sradicarlo. Un vero lampo di genio fu la simbiosi tra rito druidico e rito pagano che essi operarono. Il terzo momento storico consistette nell’aver scelto con avvedutezza e intuito il periodo in cui fissare la cerimonia: la fine di Gennaio, il cui nome deriva dal latino “Janua” cioè “porta”, perché il mese suddetto è la porta al di là della quale inizia il ridestarsi della natura, il rinnovarsi della bella stagione.

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