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La ricostruzione a Canzo

Nel 1982 un gruppo di abitanti di Canzo, decise di riunirsi per la stesura di una mappa del loro territorio, ove fossero riportati gli antichi toponimi. Da qui la scintilla che diede l’avvio per la fondazione della Compagnia di Nost che negli anni aumento il suo organico, unendo competenze specifiche e passioni circa le tradizioni locali. Importante risultano l’esperienza e gli insegnamenti di un ristretto numero contadini del luogo che hanno fatto capire al gruppo l’importanza del rapporto con la terra, incoraggiandoli così all’approfondimento del passato della Brianza, tra cui la ricostruzione del rogo della Giubiana.

Durante le nostre ricerche abbiamo intervistato alcuni componenti della compagnia sopra citata, in particolare l’architetto Mario Antonio Corti che ci ha aiutate ad addentrarci in quella che per loro può essere la ricostruzione più attendibile delle origini della Giubiana.

La loro è una ricostruzione secondo una ricerca filologica il rogo, è qualcosa di giocoso, non ha più valenza propiziatoria come per i Celti o i contadini ( se non mangiavi il risotto loro credevano che ti morsicassero i moschini) si è perso quindi attualmente lo spirito pagano che animava questa manifestazione. Come ritualità simbolica ha una valenza molto importante per i canzesi e per chi viene a vederla da altri paesi, perché la Giubiana ha un lato di simpatica e uno misterioso che affascina e che in una società tecnologica come la nostra riporta a una dimensione irrazionale.

Tutto inizia da una fiammella di un antico rito che si svolgeva attraverso manifestazioni semplici che come spiega il signor Corti “da bambino, mi ricordo che si bruciava rigorosamente l’ultimo giovedì di gennaio, nelle terre di Brianza il falò di malgasch: nei campi si bruciavano le stoppe del furmentun cioè del granoturco e poi si mangiava risotto e luganiga a casa.” Attualmente il rito è annunciato 15 giorni attraverso l’affissione di un cartello nel portico del mercat: “la Giubiana de canz l’ultim giudei de ginée”. Importanti sono i simboli del fantoccio della Giubiana: la gamba rossa che secondo una leggenda che gli anziani erano soliti ai bambini sarebbe scesa dal camino nel caso in cui non avessero fatto i bravi impaurendoli. Gli altri oggetti attaccati al fantoccio sono: il buffet simbolo dell’aria, moja (attrezzo per il camino) simbolo del fuoco, lo zapin (zappa) simbolo della terra, il cazul (mestolo) simbolo dell’acqua, una collana d’alloro con il significato del rapporto tra vita e morte. Usanza del paese è, la mattina della manifestazione, legare il fantoccio a una sedia in piazza e portare i bambini delle scuole a visitare la giuliana, cantando in dialetto. Questo rito è stato spesso criticato e considerato diseducativo come ricorda il signor Corti: “Ci hanno contestato dicendo che bruciamo le donne intimorendo i bambini ma questo non è vero e soprattutto non c’entra niente con la Giubiana che è la parte negativa della femminilità della natura che muore perché non produce e morendo rigenera la vita”.

Il giorno del rogo vengono fatti anche i preparativi della pira: il falò viene realizzato da un gruppo di anziani in un giardino rigorosamente con il legno tagliato nel vicino bosco, seguendo la tradizione passata. A differenza di quanto si potrebbe pensare, durante la “sfilata”della Giubiana per le vie del paese, non è una donna a impersonarla bensì un uomo della compagnia di Nost. La preparazione della Giuliana è seguita con empatia da tutta la comunità che si adopera per renderla ogni anno sempre più completa basti pensare che un falegname ha realizzato delle maschere di legno di notevole valore artistico per i personaggi del corteo. Il corteo alla sera parte dall’ultima corte contadina del paese sul carretto trainato dall’asino e scende nelle vie del centro storico. Tra gli altri vi prendono parte anche i cilot, uomini che suonano tamburelli con un motivo mortuario cadenzato e si dirigono verso piazza del portico del mercato per il processo. Arrivati a un punto del percorso da una finestra appare il diavolo, figura che cambia negli anni, la Giubiana fa un’ode all’amico diavolo, che risponde con il canto di un tenore che articola frasi prive di senso, creando un anticanto opposto al canto armonico degli altri.

A metà paese si svolge il bal de l’ursu e del cacciadur: l’orso si sveglia dal letargo e guarda la luna, se è piena dorme ancora altrimenti esce dalla tana; nella ricostruzione questa forza bruta della natura, viene domata e balla con il cacciatore al suono della fisarmonica e della cornamusa. Nel corteo c’è anche un’altra figura molto importante, l’anguana: nelle montagne brianzole c’è il punto dell’angua, in cui vive, secondo le antiche credenze, questo spirito femminile benefico del bosco, una figura di derivazione celtica, positiva, vestita di bianco, che balla e canta, porta i calicantus unici fiori dell’inverno e per questo motivo è opposta alla Giubiana dalla quale deriva solo il gelido inverno. Si accompagna all’anguana un altro caratterista: il Salvadig è l’uomo vestito di piante, porta in mano un ramo secco, rappresenta lo spirito maschile del bosco, non parla e fa omaggio di doni del bosco solo a chi gli è simpatico.

La compagnia di Nost prende parte alla manifestazione: gli uomini detti Regiu sono vestiti col tabar e capel (simbolo di virilità) usati in passato, le donne vestite da strie fanno scherzi, buttano alla gente la segatura, sono circondate da fumo e creano una situazione di antipatia opposta a quella dell’ anguana che regala le noci ai bambini. Quando si giunge nella piazza principale del paese, inizia il processo in dialetto: si svolge su una costruzione in parte fissa e mobile, con accuse, difese, condanna e testamento, presieduto da un tribunale di anziani che condannano la Giubiana. I vari personaggi accusano la Giubiana per i mali del raccolto e per aspetti semplici della vita quotidiana. Riparte il corteo, che ora deve bruciare la Giubiana condannata per cui si deve cambiare l’uomo reale che l’ha impersonata fino a quel momento con il fantoccio: l’uomo scappa e si cattura la Giubiana sostituendola con il quella finta: la si innalza sopra al falò e si balla attorno a questo.

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