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I primi codici francesi

diritto medievale Nel 1791 Le Pelletier redige il primo codice penale illuministico in tutti i sensi, emanato dall’assemblea costituente (cosiddetto Codice Le Pelletier); questo codice non abolisce la pena di morte, ma introduce la ghigliottina per risparmiare inutili agonie, cancella le pene detentive perpetue (come a dire che è meglio morire che vivere senza la libertà), porta a pene fisse e reintroduce il principio di legalità.

Nel 1795 viene emanato un nuovo codice di diritto penale, il Codice Merlin; precedentemente, con il periodo del Terrore, erano stati sospesi tutti i diritti civili e politici e erano venute meno le già acquisite forme di garanzia.

Il codice Merlin, o Codice dei Delitti e delle Pene (rispecchiando così chiaramente le idee di Beccaria), è ancora ispirato ai più alti principi di libertà e uguaglianza, e è un testo quasi perfetto; stabilisce tra le altre cose un processo garantista per gli imputati, secondo i principi di legalità e proporzionalità. Il processo viene diviso in due fasi, istruttoria (in forma segreta ma verbalizzata) e di dibattimento (in fase orale, dove si forma il convincimento della giuria).

Intanto viene operata un serie di riforme di molti istituti di diritto civile: vengono individuate le 3 idee chiave delle riforme, libertà, uguaglianza e proprietà; viene garantita la piena libertà di manifestazione della fede religiosa, vengono abolite la schiavitù nelle colonie e le corporazioni, viene introdotto il divorzio (la famiglia come istituto giuridico quasi sparisce, vengono messe in discussione la patria potestà e il sistema gerarchico all’interno delle famiglie), si cancellano tutti i diritti feudali (rinnovata tutela dell’utilitarista rispetto al feudatario), si aboliscono i fedecommessi, con uno sfavore netto verso il testamento come strumento di disuguaglianza (e proclamazione della parità sostanziale di tutti i figli, legittimi e non, e tra maschi e femmine). La nozione di proprietà combacia con quella di diritto pieno, come facoltà esclusiva, piena e assoluta su un bene.

Manca ancora un codice civile che spazzi via il vecchio diritto e ne porti uno nuovo e rispondente ai canoni illuministici. L’idea iniziale dei rivoluzionari è che dal passato non possa ricavarsi nulla di nuovo.

Il primo dei 3 progetti (di tutti l’autore sarà De Cambaceres, essi saranno tutti diversi e nessuno così negativo da non poter essere accettato) si blocca quasi subito a causa della situazione politica. Constava di 719 articoli ed aveva la consueta divisione gaiana tripartita in cose, persone, contratti; vengono disciplinate in modo nuovo la famiglia e la proprietà, ma si mantengono le vecchie soluzioni che sembrava potessero restare in vigore, e proprio questo metterà in cattiva luce il primo progetto.

Il testo viene così rivisto da una commissione di 6 filosofi, portatori delle idee rivoluzionarie, presto soppiantati nella riforma del primo progetto da un’altra commissione.

Il secondo progetto vede la luce nel 1794, ha solo 297 articoli (è quasi un indice), non presenta più istituti giuridici antichi e tutte le riforme vengono trasfuse nel codice. De Cambaceres aveva realizzato le effettive richieste della commissione che gli aveva ordinato il codice, ma nel frattempo la situazione politica era cambiata e così la nuova commissione denuncia la eccessiva sinteticità del progetto. Così nel 1796 De Cambaceres torna per la terza volta al lavoro per preparare un codice che sarà molto valido, composto di 1104 articoli in 3 libri, in cui vengono attenuati alcuni estremismi della rivoluzione e da cui risulta un modo molto accurato ma semplice di formulare le norme; tuttavia il clima di poco entusiasmo fa si che il testo non venga nemmeno discusso.

Un altro autore, Minot, abbozza nel 1799 un quarto progetto, limitato però solo al primo libro: l’opera raggiunge un alto grado di perfezione, e infatti questo permetterà ai giuristi di Napoleone di preparare in pochi mesi il Code Napoleon.

Il 9 novembre 1799, con un colpo di stato, sale al potere Napoleone: finisce così la rivoluzione, questo tuttavia non significa un ritorno alla situazione antecedente, perché molte conquiste della rivoluzione sono definitive.

L’Italia approfitta delle riforme proprio con l’arrivo delle truppe napoleoniche. Già nell’agosto del 1800 Napoleone insedia una commissione di giuristi per la redazione del codice: Tronchet, De Premeneu, Maleville e Portalis, che è la vera mente della codificazione: personaggio a tutto tondo, scrive l’opera Dell’Uso e dell’Abuso dello Spirito Filosofico nel XVIII secolo, emblema della filosofia che dirige il lavoro di codificazione; in 3 mesi questa commissione deve presentare un progetto. Si ritiene che non tutto il diritto precedente sia da buttare, ma che si debba fondere il diritto precedente con le riforme rivoluzionarie: è opportuno conservare tutto ciò che non è necessario distruggere. Questa volta, siamo nel novembre del 1800, la codificazione ha successo: poiché è un testo che deve sostituire tutto il diritto previgente, viene inviato a tutti i 28 Tribunali francesi ed alla Cassazione, perché ne diano un’opinione; nel frattempo viene depositato presso il Consiglio di Stato.

Nei primi mesi del 1801 i primi titoli vengono discussi al Consiglio di Stato, poi il testo viene sottoposto al parere del +Tribunato, che però non lo può votare, e poi sottoposto al voto del corpo legislativo. I primi titoli vengono valutati negativamente dal tribunato e bocciati dal corpo legislativo, perché troppo vicini alla vecchia tradizione. Ma Napoleone interviene: scioglie tutta l’attività legislativa per 6 mesi, il Tribunato viene in parte sostituito e in parte convinto: in questo modo dopo 6 mesi viene approvato il testo. Napoleone partecipa a 57 sedute, sulle 102 che erano state necessarie all’approvazione del codice: segno che teneva moltissimo a che un codice venisse redatto.

Il Code Napoleon è composto di 36 leggi speciali (2281 articoli), più un titolo preliminare.

Nel 1804, una volta approvati tutti gli articoli del codice, ci troviamo di fronte ad una riforma radicale del diritto civile; con l’articolo 7 sono addirittura abrogate tutte le leggi e le fonti diverse preesistenti al codice.

Il codice ha struttura tripartita in diritto delle persone, diritti reali (dei beni e delle proprietà) e differenti modi di acquisto della proprietà; presenta inoltre una parte di articoli che regolano le norme e dettano i criteri di studio e interpretazione (ad esempio gli articoli 4 e 5 del titolo preliminare, che regolano l’interpretazione della legge: il giudice non può evitare di emanare una sentenza in caso di lacuna legislativa, pena una sanzione. Il giudice può in ogni caso arrivare ad emanare una sentenza attraverso l’equità: il codice ha cercato di positivizzare i diritti naturali, ma dove non vi sia riuscito il giudice interviene con il principio dell’aequitas; deve percorrere un iter all’interno del codice, cercare di applicare un’altra norma di legge compatibile con la situazione (analogia legis), e se nemmeno così si copre la lacuna non si cercano fonti esterne ma si opera con principi generali del codice (analogia iuris). L’articolo 5 del titolo preliminare determina il valore della sentenza interpretativa, che non ha mai valore normativo ma solo per le parti in causa nel caso specifico.

Il Code Napoleon è completo, esauriente, ma allo stesso tempo chiude l’epoca del diritto naturale: i diritti innati dell’uomo sono solo quelli presenti nel codice (attuazione del positivismo, negazione del giusnaturalismo).

Il nuovo diritto alla proprietà, enunciato dall’articolo 544, è “sacro e inviolabile”, riprendendo l’articolo 17 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e la proprietà è il diritto di disporre di un bene in modo pieno ed esclusivo, nella maniera più assoluta; lo stato può espropriare solo per ragioni di pubblica utilità (ma la decisione deve essere motivata), e naturalmente presuppone un indennizzo (secondo l’articolo 545).

Per l’articolo 2279 il possesso vale titolo (per facilitare la proprietà mobiliare): un sistema questo che limita a 3 anni l’azione di rivendica nei confronti del possessore, onde evitare di lasciare in sospeso situazioni di incertezza.

Anche in materia contrattuale ci sono grosse novità: per l’articolo 1134 l’unico limite posto ai contratti è la legge, così i privati hanno piena libertà di contrarre (anche contratti atipici); anche i contratti sono vincolanti solo con la volontà e il consenso della parti: per l’articolo 1138 il consenso è rilevante anche per il trasferimento della proprietà (non c’è più la traditio).

Novità anche in materia di diritto familiare, si cerca di creare una struttura non facilmente disgregabile, tornando in un certo senso al diritto prerivoluzionario: torna ad avere grande importanza la figura del padre, e il divorzio è ammesso solo per adulterio, condanna infamante, eccessi e sevizie, ingiurie gravi e per mutuo consenso (vistosa modifica rispetto alla fase rivoluzionaria).

Per il nuovo codice l’accoglienza è positiva, c’è quasi una venerazione: le norme sono dei comandi diretti del legislatore nei confronti di cittadini tutti uguali tra loro; il compito dell’interprete non è altro che rendere chiara o più accessibile la volontà del legislatore, dove non lo sia: c’è però una volontà implicita del legislatore, che fa riferimento ai valori etico-sociali del periodo. Nasce così la Scuola dell’Esegesi, che pur basandosi sempre sulle norme del codice non ricerca più la volontà del legislatore ma quella della legge come tale: la legge non ha una volontà fissa, ma variabile a seconda del periodo storico; pur con atteggiamento conservatore viene ampliata la codificazione.


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