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Lavori preparatori per il codice italiano

diritto medievale Nella fase di preparazione dell’unità politica si avverte molto forte la necessità di creare anche un’unità giuridica, di avere un unico codice.

Con la progressiva estensione territoriale del Regno di Sardegna si potevano scegliere 3 vie: un federalismo con codici diversi da area a area; l’estensione della legislazione piemontese; la redazione di un nuovo codice, pensato appositamente per l’Italia.

La prima ipotesi viene subito scartata, per la volontà appunto di avere un unico codice.

Nel 1859, in piena guerra contro l’Austria, una legge delega da poteri particolari al governo, per applicare i codici piemontesi alle province mano a mano annesse; il progetto Cassinis contiene molte innovazioni, ed è un progetto che verrà concluso dal ministro Pisanelli nel 1863 e presentato al senato, che lo screma di tutte le novità che parevano eccessive e degli estremismi. Viene accelerato il processo di stesura del codice, tanto che con una legge delega del 1865 si fanno entrare in vigore i codici con eventuali modifiche tecniche non radicali per aree diverse: così il governo approva il Codice Civile Pisanelli e lo estende anche al Veneto nel 1866.

La sostanziale unità anche in materia penale si raggiunge ancora grazie all’esempio francese, ma solo nel 1890 e con grandi difficoltà. All’unificazione d’Italia sono presenti 7 codici di diritto penale: il Codice Albertino in Piemonte, il Codice di Parma a Parma, il Codice austriaco in Lombardia e Veneto, il Codice di Modena a Modena, il Codice di regolamento dei Delitti e delle Pene nello Stato Pontificio.

Nel Granducato di Toscana era in vigore un codice penale che spiccava rispetto agli altri per la sua perfezione e per la particolare struttura: era un modello difficilmente trascurabile. Escluso il codice toscano, gli altri erano tendenzialmente uniformi, perché si rifacevano tutti al modello francese.

I codici preunitari comunque avevano pregi e difetti: erano si molto legati alla realtà e molto pratici, ma anche rigidi, duri, con pene severe: questo perché erano il frutto di un assetto politico assolutistico.

Il codice penale del Granducato di Toscana era invece impostato secondo una visione molto ampia della pena e non prevedeva una classificazione dei reati. Il modo di impostare il processo era simile a quello francese, con una giuria popolare e giudici professionisti cui era affidata la parte tecnica: le pene derivavano dai principi illuministici, con abolizione della pena di morte e previsione di pene più miti, concepite come ammenda per il colpevole.

La massa di materiale vagliata per redigere il codice era enorme: 7 codici e innumerevoli progetti, proposte, testi. Erano necessari adattamenti per applicare i codici sardi: nel 1859 viene promulgato il Codice Albertino, poi riveduto e corretto nel 1861 tanto che non si poteva più definire così, ma Codice Penale d’Italia; in Toscana non viene applicato, perché il codice penale toscano era migliore, così ci si pone il dubbio se fosse possibile applicare questo stesso codice a tutta l’Italia. In definitiva i codici da tenere in considerazione erano due, e ci si chiede se a quel punto non bisognasse formare un codice ex novo.

Nel 1890 finalmente vede la luce il Codice Penale d’Italia o Codice Zanardelli, un codice molto avanzato che non prevede la pena di morte ma la reintroduzione del reo in società dopo una giusta pena detentiva. Le pene sono proporzionate e comminate solo a chi è capace di intendere e di volere.


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